A prima vista

Se la maternità diventasse un prestigio

Oggi vi vogliamo parlare della maternità. Lo facciamo quotidianamente ma la lettera pubblicata da La Repubblica il primo giugno ha un valore davvero particolare. E' stata scritta da Eleonora Porcu, Professore associato in Ginecologia ed ostetricia dell'Università di Bologna. Le polemiche ovviamente non sono mancate soprattutto per mano di chi pensa che dare prestigio ad una persona significhi screditarne un'altra. Voi che cosa ne pensate?

“CARO direttore, la maternità è tutelata nel nostro Paese, sia pure con discrepanze a seconda del tipo di impiego. In molti contratti è possibile astenersi dall’attività lavorativa anche per lunghi periodi sia in gravidanza sia dopo la nascita del bambino ed avere poi agevolazioni, di orario e mansioni, alla ripresa del lavoro. Eppure la maternità non è ancora sufficientemente valorizzata. Adesso è il momento di dare prestigio alla maternità. La maternità deve diventare più prestigiosa della carica di amministratore delegato di un’azienda, più prestigiosa di prestigiosi incarichi politici. Ma non significa che chi sceglie liberamente di non essere madre o chi non riesce a diventare madre abbia meno lustro perché, finalmente, la consistenza sociale di noi donne non è più identificata con la capacità di avere figli come un tempo.

Maternità: il primo figlio arriva sempre più tardi.

La maternità non è solo una scelta individuale: costituisce un servizio sociale di valore incommensurabile, un oggettivo investimento sul futuro che un Paese deve valorizzare. Il nucleo profondo della nostra organizzazione sociale deve “sentire” la centralità e la priorità di questa scelta facendo sì che le donne non siano più costrette a scegliere tra il lavoro e un bambino, tra la carriera professionale e la maternità. Avere fatto un bambino dovrebbe fare avanzare la carriera non ostacolarla, dovrebbe costituire punteggio nei concorsi per il contributo offerto alla crescita sociale. La maternità dovrebbe essere remunerata e sostenuta comunque, anche per chi non ha un impiego.

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La maternità deve diventare il tema centrale della programmazione politica e della sensibilità sociale. Confidando nel ministero della Salute, che sta dimostrando sensibilità verso il tema della maternità, auspichiamo che lo Stato in tutte le sue articolazioni sappia prontamente mettere in campo precise scelte politiche, coinvolgendo scuola, famiglia, medicina di base, convogliando risorse economiche e professionali in questa direzione. Si tratta di un immenso investimento per i cittadini, di un capitolo che non trova soluzioni immediate ma passa attraverso un radicale rinnovamento culturale.

In questo modo, dopo esserci affrancate dalla maternità “obbligatoria” del passato, potremo diventare protagoniste di una maternità davvero libera, perché prestigiosa. Libera e consapevole, capace anche di rispettare i limiti biologici della fertilità femminile che dopo i 35 anni cala inesorabilmente. Dobbiamo imparare come funziona il nostro apparato riproduttivo e a riconoscere i segnali che ci invia, dobbiamo sfatare i falsi miti che attribuiscono alla fecondazione assistita il potere di dare un bambino a tutti, a tutte le età e in qualunque condizione funzionale.

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Il desiderio di procreare e la decisione di avere o non avere un figlio, quando averlo, come averlo, con chi averlo serpeggia nella nostra esistenza, talvolta latente e inconsapevole, talaltra lucida, cosciente, pressante e dolorosa. Ma non dobbiamo cadere nella trappola della maternità ad ogni costo. E non dobbiamo cadere nella trappola dei datori di lavoro che pagano il congelamento degli ovociti per rinunciare alla maternità nella età fertile, spacciando questa operazione come esercizio di libertà di scelta femminile e non come sottile coercizione a soggiacere a una concezione professionale che esclude la gravidanza come un accidente fastidioso e ingombrante.

Infine ci dobbiamo affrancare dal commercio del nostro apparato riproduttivo, che costituisce una moderna forma di schiavitù femminile dove i mercanti di riproduzione “affittano” gli uteri delle donne indigenti del terzo mondo riducendole a contenitori-incubatori magari da abbandonare, a “prodotto” finito e consegnato, al loro destino di terremotate, come è successo alle nepalesi. È importante operare un capovolgimento della mentalità corrente e rileggere la maternità come bisogno essenziale sfrondato dalle strumentalizzazioni e dall’uso utilitaristico e consumistico che induce bisogni riproduttivi artificiosi.”